Levatacce Ordinarie

Luca Marzano

8,00

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Levatacce Ordinarie è una raccolta di quattro racconti di Luca Marzano, alcuni brevi e sintetici ma nello stesso tempo tutti pieni di visioni e di immagini.

È proprio nella parte finale, sotto forma di lettera idealmente indirizzata ad una donna, che troviamo una possibile chiave di lettura dell’opera che ci permetterà di seguire l’autore nelle sue fantasie immaginazioni nonsense immersioni nell’inconscio. Ci permetterà poi di riemergere coll’affiorare dall’illogicità alle narrazioni a volte più lunghe, altre appena accennate in apertura e chiusura di un racconto.

A Luca piace creare contrasti tra luci e ombre, tra ordine e caos, tra razionalità e irrazionalità. L’aggancio al mondo reale non connota mai una mimesi, bensì una trasfigurazione dei pensieri e dei sentimenti, le riflessioni del narratore sorvolano gli aspetti del vero con slanci di fantasia senza per questo diventare genere fantasy.

Seguono piuttosto la lezione di Joyce.

Si ispira a Charles Bukowski il titolo della raccolta che ricorda le “Storie di ordinaria follia” dell’autore americano, considerato il padre della Beat Generation.

Nei racconti di Luca troviamo personaggi bizzarri ma non lontani dall’ordinario.

Nelle “Levatacce Ordinarie” il mondo non è quello reale, l’ambiente è una scena appena accennata, i luoghi sono pretesto per immersioni fantastiche come in un teatro o in un sogno, dove gli elementi occorrono alla recitazione del dramma.

La lettera alla fidanzata inesistente evidenzia il tema della solitudine. Rivolgendosi alla donna amata, l’autore le narra i suoi stati d’animo, i suoi sentimenti di ammirazione e insieme di invidia, invidia verso chi possiede il godimento che ci è negato.

Nel primo racconto intitolato ‘U Milione, chiaro riferimento al diario di viaggio di Marco Polo, l’autore narra in prima persona il suo viaggio in autobus che con le oscillazioni delle sospensioni lo addormenta e che nel sogno si trasforma in nave.

La nave diventa il simbolo di una figura paterna,

la madre compare nell’immagine di una vedova.

Le imago genitoriali accompagnano il sognatore nelle peripezie della nave e tra i ricordi del passato egli giunge in una scena di pesca nel mare della sua città, inizialmente rassicurante ma poi trasformata in luogo di peripezie.

Il linguaggio simbolico si colora di brevi espressioni in vernacolo alla fine del dramma onirico, che si risolve in un lieto fine quasi comico, tipico del nonsense.

Balzo, titolo del secondo racconto, narra di due personaggi, un linguista ed un antropologo. Sono due figure grottesche che condividono il luogo di osservazione, due punti di vista, due visioni del mondo, al lavoro fianco a fianco.

I due si confrontano sul tema della morte, intervallando nei loro dialoghi le tematiche del caos e dell’origine.

La conclusione è ironica, uno dei due protagonisti coglierà l’obiettivo della ricerca lasciando all’altro le ultime battute nel finale.

Les demi-heures, le mezze ore, è una lunga visione della realtà rappresentata da un sasso, una comune pietra e della tecnica intesa come arte e sul loro rapporto.

A leggere questo racconto viene in mente la poesia di Wisława Szymborska “Conversazione con una pietra”, dove la pietra possiede una voce e risponde alle domande. Nel racconto di Luca Marzano il sasso possiede una soggettività, una consapevolezza: se è l’uomo a dargliela, le pietre ̔sanno di essere arte pura finché l’uomo parla delle pietre’.

Anche il solo rigirare il sasso è tecnica. Il sasso partecipa al trascorrere del tempo che viene misurato da una pendola suonante alle mezze ore.

L’ultimo racconto di questa raccolta si intitola Gondwana, il nome del continente primordiale che riuniva gli attuali continenti meridionali in un solo continente nell’era Paleozoica.

L’autore percorre un itinerario nel tempo e narra della nascita della memoria, partendo dall’anima che si unisce alla materia immobile. L’uomo faber scopre il suo potere di conoscere e modificare la realtà che lo circonda per potersi meglio adattare ad essa, per classificarla e comprenderne il senso.

Il percorso antropologico, inserito in un discorso virgolettato che infrange la regola di indicare il soggetto a cui è attribuito, si conclude e nello stesso tempo si apre su una scena urbana, appena accennata da tre sole parole: barbone traffico cartone. Bastano infatti poche parole per evocare intere pagine di significati che esse suscitano.

Secondo Umberto Eco la parola è enciclopedica, perché da sola contiene molteplici modi di interpretazione e di descrizione della realtà.

Nel finale Luca ci regala la possibilità di scorgere la condizione umana preistorica nel clochard che si distende sopra un cartone. Sul cartone il disegno di una foresta pluviale, dove un uomo sta mangiando un cioccolatino all’interno di una caverna, ci fornisce la marca della sua narrazione visionaria.

Letizia Lo Prete

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