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La voce di Anita

Angelo Mansueto

13,00

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“M’apparve d’un tratto un vecchio in cenci gialli

come il colore del cielo quando piove,

e con l’aspetto da far piovere elemosine,

senza quegli occhi brillanti di malvagità.

La pupilla sembrava temprata dentro il fiele;

lo sguardo rendeva il gelo ancor più acuto

e la lunga barba, rigida come una spada,

si protendeva simile a quella di Giuda.”

Non si può entrare in punta di piedi lì dove i personaggi, a costo di mostrare la loro anima sotto forma di semplice verità, si svestono fin anche della loro pelle: il tentativo resta vano. O dentro o fuori.

In queste pagine c’è un mondo che si schiude mostrando tutta la sua fragilità e bellezza, un mondo nel quale i personaggi si muovono consapevoli della loro ineluttabile fine, sottoposta all’incedere costante del tempo, che trasforma le persone in ricordi fissandoli in un eterno presente.

Nello scorrere le righe c’è talmente tanta forza espressiva da impedire al lettore la benché minima levata di scudi.

I personaggi trasudano parole eterne proprio perché la loro condizione esistenziale è così densa di significato da porli in una dimensione di oggettiva grandezza. Sono giganti che, senza saperlo, si muovono cercando a tutti costi di nascondersi tra le pieghe del loro dolore.

Mentre gli odori delle parole pervado la mente irrimediabilmente, i colori del linguaggio sono vividi e il contegno relegato al ruolo pressoché insignificante.

È come ritrovarsi, da accattone, ad una festa alla quale non sei stato invitato, conscio che il tempo per sedare la tua fame bulimica scorre in senso contrario a quello che servirà al servizio d’ordine per accorgersi della tua presenza e buttarti fuori. E la fretta di divorare le pagine ti costringe al delirio in esse contenuto.

Sì, perché di delirio si tratta.

Un uomo che decide che il suo viaggio sia fatto per un’altra via, l’unica accettabile a ché il ricordo non diventi tale ma si trasformi in un costante presente e in un’ossessione, un uomo che decide di non arrendersi alla regola del tempo che sfuma i contorni e sbiadisce i colori, un uomo che decide ogni giorno di ricucire gli strappi che il vento procura ai suoi mantra sventolanti riportando costantemente il ricordo al tempo presente e alimentando costantemente il vortice della sua ossessione per l’amore, è un uomo che appartiene ad un altro tipo di umanità. Un’umanità in bianco e nero, senza grigi e senza indugi. Un’umanità che vede il mondo in controluce attraverso l’ombra precisa e netta della bottiglia amica riflessa nella propria vita.

Non c’è giudizio ma solo osservazione di sentimenti scomposti riportati a riva dalla risacca del vissuto e un vano, romantico, tentativo di rimetterli semplicemente in fila senza voler stabilire un ordine attraverso l’aggiunta di qualche orpello di carattere morale.

Sono così pieni di valore che qualsiasi operazione, volta

anche al raggiungimento del più nobile obiettivo, avrebbe finito per modificare la loro grezza bellezza rendendoli meno credibili.

È la risposta di un uomo nella sua declinazione più materica a quello che viene più comunemente definito come Amore.

È un’atarassica determinazione a perseguire l’unica via conosciuta per continuare a vivere e quindi a sopravvivere.

È la Risposta alla metamorfosi dell’amore; la scelta consapevole di abbracciare il delirio rispetto all’errore semantico della parola sempre.

Danilo Ruffino

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