Marina Longo nasce nel 1991, non da sempre prova di questo, vivendo perennemente in una strana e personale confusione temporale. “Stare a galla” rappresenta la sua prima opera poetica dopo aver raccolto e seminato per strada (confusione d’ atto e movimento), parole lasciate cadere da passanti, l’ingenuo superfluo delle loro vite che diventano materiale di narrazione. Scuote, percuote, solfeggia il dramma, la distrazione, il disagio di ognuno, lo rende suo per sputarlo senza grazia nel piatto della nostra pupilla incredula.). Divide l’opera in tre porzioni,(L’altro come specchio, interno inferno, cuore misto) un’analitica rimozione dell’abbandono nei confronti di chi prima c’è stato padre, poi traditore. I padri della sua letteratura (Pavese, Gualtiero, Montale, Majakovskij, Szymborska) non sono che i suoi compagni di sbronze, finestre per piantare sul capo del mondo immagini tanto sacre quanto perverse nel loro comune splendore. Scrive in autobus sul sonno dei passeggeri, in treni di ferro col loro ritardo scomposto in annunci e rettifiche, sulla coda di un aereo timoroso, nel recinto di un bimbo croato che inciampa nella madre Grecia. La scrittura di Marina Longo sembra essere questo, un movimento continuo. È un suo comandamento, forse l’unico. Dovremmo crederle, o al massimo ignorarlo, ma mai contestarlo. È evidente che si tratti di tempo rubato allo spazio. Leggere, a volte, è un rischio. Questo è il caso, il veleno è bollito, si rifiuta di evaporare, la longo lo serve senza l’alcun minima eleganza.

“Perciò accomodati

pazienta con la calma dell’antidoto

e guardami attraverso”

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