Come partire dal mare trovato in un libro e finirci, poi, per letteratura: può, sebbene di rado, capitare a qualche essere senziente della nostra specie di non accontentarsi dei cani salutati per strada al posto dei padroni, delle scimmiesche esibizioni d’infamia sugli autobus, della risicata pesca da un bordo ‘giacché i pesci lì sotto passano’ e simili pescatori di frodo sono, sempre, tutti vedovi. Un esemplare di quegli esseri senzienti? Eccolo. È Luca Marzano. Dalla sua anamnesi clinica: “guardate questo individuo, è emerso da una paurosa deriva che lo ha circondato con decenni di asistematica, gaia solitudine”, perché nel suo caso è andata proprio così. Qualcosa gli ha concesso il privilegio d’aver occupato un posto, lo stesso, dal 1988. Qualcosa lo ha immolato a Taranto commuovendo folle di due persone tramite una illeggibile dedica e l’annessa didascalia: ‘trascurabile sintesi delle facoltà di Lettere’. Ed essendo giunto tardi a godersi lo spettacolo del mondo, dopo tanto vagabondare, egli ha dovuto imbarcarsi di nuovo e soltanto per abituarsi alla terra.

Cresciuto in un anfiteatro di tempo, l’indifferenza tra quest’ultimo e lui è dovuta unicamente all’abitudine del cauto osservarsi reciproco e del sorprendersi, entrambi, a rincorrere l’un l’altro. Lo spazio tra i due è ridotto a uno spazio misurabile, allo spazio di un giorno o a frasi di libri; in un ambiente fatto quanto una cassa (d’orologio o da morto, fate pure) si sono in realtà inventati a vicenda, lui e il tempo, il tempo e lui. In mezzo al perenne affaccendarsi con la penna nell’atto di ritrarre qualche caratteristica utile del convivente, il trapianto celato da ciascun spostamento di arti o di pensieri resta roba seria. Parecchie forme sono scaturite dal tentativo: aerei, treni, pezzi di codice, incastri che si sono trovati. Ancora dalla sua anamnesi: “se ha in mente una pera non si sa cosa ne esce”. Ma restringete anche voi il vuoto sul quale riportare i secoli, capirete.

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