Francesco Picca, nato la prima volta nel 1970 e rinato decine di volte dopo, una laurea in economia che si rifiuta di entrare nella sua scrittura e che per prima lo ha spinto verso il rifugio creativo dello scrivere come antidoto alla monotonia accademica. Un passato nomade, di trasformazione che somiglia ancora molto al suo presente. L’anima del viaggiatore lo avvinghia, ha fretta, ha passione, non può vivere senza scoperta, la (sua) curiosità è il motore del (suo) mondo. “I miei viaggi assomigliano alla fuga di un ladro. Affondo le mani nel mio disordine e porto via poche cose” scrive in un suo racconto. Non potrebbe esporlo meglio. Vive di passioni, divorando quello che trova. Non può fermarsi a raccogliere tutto, non ha tempo, non lo cerca, si concentra sull’indispensabile. Ormai è un riflesso, scarta il superfluo, compreso ciò che trova in se stesso, per migliorarsi, per evolvere. La sua scrittura è come lui. Non si dà regole, non cerca un metodo: riversa il proprio io nei racconti con l’unica preoccupazione di far passare al lettore la sensazione da lui provata durante l’atto. Screma, sgrossa, elimina paletti e muri, toglie ciò che non serve anche con violenza e cerca di cogliere il ritmo ideale per la storia che vuole raccontare. È un atto istintivo figlio della sua indole passionale, strappa via ciò che ostacola il suo messaggio con la stessa voracità dei grandi morsi con cui divora la vita. Prende i suoi personaggi dai suoi ricordi: a volte sono versioni passate di lui stesso, alle volte di chi ha incontrato: li sguinzaglia liberi nei vicoli fumosi della sua narrazione ambientata nei non luoghi delle notti offuscate e delle stazioni di viaggio. Fanno quello che vogliono, non li controlla, non gli chiede nulla se non l’esistere, “liberi di non tornare” come dice egli stesso, con tutto l’amore di un atto di genesi, passionale, come solo la scrittura può essere. Al momento continua a vivere in viaggio, tra Puglia e Romagna. Pare non abbia alcuna intenzione di fermarsi.

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