Francesco Alfarano nasce nel 1987, già poeta e assiduo bevitore. Si muove lentamente in un antilirismo dichiarato, alla ricerca del “fiore azzurro”, sussurra ai portoni la sua esistenza nell’intento che una donna travolga i suoi lamenti, le sue citazioni da spettacolo da bar. “Nudo come un verme. Freddo come un nonulla. Viscido come un occhio. Era semplicemente il tempo”. È sulla ruota del tempo che sta seduto “L’ultimo saluto di Hook”, nell’irrefrenabile e assidua ricerca di un’arma che lo abbatta. Un uncino polveroso vale a poco. Alfarano ha perso al coscienza addormentandosi in cartoni animati, nelle fiabe, modelli culturali da pregare, sgranare come rosari d’ossa, sbuccia il mondo come una caramella, l’assaggia e la sputa sul primo passante.

Una laurea in medicina, un bronzo come bevitore, amici e compari che gli fanno il verso ad ogni vittoria, che lo issano a vela ad ogni sconfitta. Mappe, ferite azzurre, malinconie, autobus arancioni targati Supersantos, fanciullezza ibernata in una che chiamasti signora, lirismo americano e libertà che non ci appartiene. Una lista troppo cara, che si paga in viaggi e sigarette elettroniche. Hook è alla cassa, sorride col suo uncino all’insù, Spugna sistema il bagnoschiuma sugli scaffali. Alfarano gioca a colpire coi sassi una poesia.

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