“Io non sono loro” scriveva Pessoa rivendicando separatezza rispetto agli eteronomi. Chissà quante volte lo avrà pensato Andrea De Carlo declassando il pensiero comune dell’uomo comune incastrato nella banalità dell’essere.

Tutto ciò che vive gli passa attraverso gli occhi, una lunga, interminabile fila di oggetti da spolverare con la poesia, ore appese ad un orologio che ha smesso di contare gli appuntamenti persi e promesse da compiere, giostre di vite impazzite come bisonti sotto l’urgenza di dimostrare ai vincitori di non essere mai stati vinti.

De Carlo conserva stile e bellezza nella sua bocca, caverna di silenzi, si impastano come acqua e  cemento, e tutto prende forma, si solidifica davanti ad un verso che l’uomo non si aspettava.

Ha una faccia dura, un felino dipinto sull’anima che non fa fusa, ma graffia e corregge il percorso di ogni lacrima.

De Carlo è Natura, lo sono i suoi primi versi d’esordio, De Carlo è un biglietto di sola andata per la meraviglia, ma non contateci, non potete permettervelo, un lusso del genere costa troppo anche per voi che leggete a mani aperte sotto un temporale.

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