Adriano Bellosguardo

Adriano Bellosguardo nasce nel 1987, i “Tre giorni del Pescecane” rappresenta il suo esordio narrativo.
Vive in provincia, scrive in provincia, e la seziona in molti micromondi pronti ad esplodere nell’azione/reazione dei suoi pittoreschi personaggi da bar. Spesso questi si aggrappano alla schiena del lettore, lo preferiscono al suolo, in orizzontale alle loro armi, indifeso. Tutti colpevoli al loro cospetto, al loro giudizio.
Si toccano vite spesso marce in queste narrazioni, uomini e donne come giocattoli da evitare, con una sinistra maledizione musicale, ansie e vizi che si spingono ben oltre la comprensione, il buoncostume, il complimento degli Dei.
Attraversano bui intensi, fino a raggiungere la resa dei conti che offre la luce. Quella luce che è soluzione drastica, dramma urbano, solletico su ferita fresca. A quel punto è tutto offerto, svuotato, molle. Non ci sono più parole da pronunciare, non ci sono più ritorni, sequenza filodrammatiche.
È tutto deciso, i personaggi di Adriano Bellosguardo hanno perduto l’anima, e non ne chiedono un’altra in cambio, preferiscono così, vagare vuoti e storpi, un po’ reietti, un po’ Santi, come chi si tiene in tasca un soldo per tutta l’esistenza per l’ultimo giro di giostra, l’ultima vertigine sulla quale vomitare il proprio credo notturno.
Sette racconti scolpiti sull’asfalto, sotto luci a neon, lune fioche, bellezze astratte, sette racconti spesso in lotta tra loro, tra noir e romanticismo malinconico, tra rabbia e morte. E poi rinascita.
“Nessuno ha assistito alla mia rinascita, e trovo necessario nascondere le prove”.
Agisce tanto nel buio quanto nella luce. Sempre efficace nelle sequenze di causa ed effetto. Risolutore.
La narrativa di Bellosguardo ha raggiunto la superficie, alla luce si è esposto un artiglio. Ne siamo tutti testimoni, ma conviene tacere.

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